Curre curre È TORNATO ’O ZULU
di Francesca Pilla - NAPOLI altra italia - 99 POSSE DI NUOVO INSIEME CONTRO LA REPRESSIONE
Dopo oltre quattro anni dallo scioglimento torna la band partenopea al gran completo per un concerto di solidarietà agli studenti arrestati dopo i fatti di Torino. «Oggi andare in galera è semplicissimo - dice Luca Zulù Persico - invece i grossi speculatori restano impuniti». Rifiuti, lotta contro le lobby e il potere in generale, «la battaglia è a tutto campo. Per questo siamo tornati» Era il gennaio del 2005 quando Luca Zulù Persico annunciava la fine dei novenove, ed era stato categorico: «Certo, potremmo ritrovarci un giorno, ma è più probabile che mi ritrovi con Dennis Bovell che con i 99 Posse». E invece il tempo passa e anche la politica cambia, si inaspriscono i conflitti e il richiamo «a tornare sulle barricate», come dice Luca, oggi fa tornare sui propri passi lo storico gruppo rap/raggamuffin, che è stato la colonna sonore del movimento dei movimenti. Ci saranno dunque tutti, Massimo Jovine, reduce dalla tournée con Roy Paci, Marco Messina, Sasha Ricci e Claudio Marino affiancati da Peppe Siracusa, unica new entry di sostegno perché Meg non ha risposto al «richiamo» preferendo continuare da solista.
Luca ci hai ripensato o la band ti ha chiesto di tornare? I 99 posse sono prima di tutto un collettivo politico nato in una struttura occupata Officina 99, e poi un gruppo musicale, senza il primo il secondo non ha motivo di esistere. È stata una decisione presa insieme. I motivi sono semplici, viviamo una realtà medievale, cavalleresca e ci sono troppi pochi cavalieri.
Cosa è cambiato nel mondo politico da quando siete nati nel ’92? Quando ci siamo formati il nostro incubo era la possibilità che si potesse mettere in pratica il progetto della P2, oggi è la sua realizzazione. Abbiamo deciso di tornare perché c’è un bisogno politico che va ben al di là dell’estro musicale, le dinamiche quotidiane ci fanno capire che c’è la necessità di tornare sulle barricate. Così a 40 anni invece di avere la nostra svolta «intimista» come accade per tanti interpreti, che magari iniziano a parlare d’amore o dei loro viaggi, noi ricominciamo esattamente da dove ci eravamo lasciati.
Con un concerto di solidarietà agli studenti finiti in galera? Esattamente e nonostante le prove per uno spettacolo dal vivo siano a zero. I nostri incontri fino a questo momento sono stati di confronto e analisi sulla situazione politica. Però sappiamo esserci quando serve e il sostegno ai compagni in galera è una priorità. Anche il nostro tour parte l’11 settembre con un concerto alla Stazione Marittima di Napoli.
Quindi non ci sono pezzi inediti? Ho iniziato a buttare giù dei pensieri più che alto, quello che è venuto fuori dalle nostre discussioni. Ci sono tanti temi da trattare dalla camorra, all’anticamorra, Saviano, i processi dei compagni, i rifiuti della Campania, ma ho bisogno ancora di un po’ di tempo. I ragazzi che si occupano della musica si sono visti e anche loro hanno messo in cantiere alcune tracce, ma siamo ancora nella fase di sperimentazione.
Pensate che ci sia una svolta repressiva, una volontà da parte dello stato di tappare la bocca a chi è scomodo? Penso, e parlo a titolo personale, che ci sia un’enorme confusione nel mondo della (in)giustizia a prescindere. Ci sono persone che ricoprono cariche istituzionali importanti che se vengono raggiunti da un avviso di garanzia, chiamano gli amici, monopolizzano i mezzi di informazione (in mano loro) e hanno la possibilità di insultare pubblicamente l’accusa. Poi magari il reato va pure in prescrizione, e non pagano mai. Il resto degli italiani invece si deve difendere in una giungla legislativa. Oggi andare in galera è semplicissimo e non mi riferisco solo ai compagni delle manifestazioni, invece i grossi speculatori restano impuniti.
Hai parlato dei rifiuti. Pensi che la Rete salute e ambiente, i comitati dei cittadini siano gli eredi dei no global in Campania? O comunque quella risposta dal basso degli abitanti non politicizzati che era un po’ l’obiettivo no global? Le lotte contro le lobby industriali, contro il potere che fa i suoi interessi sulla pelle delle persone è sicuramente un terreno di discussione, ma non il solo. Il fatto che le persone abbiano risposto in massa è perché gli italiani devono vedere il palazzo che brucia per accorgersi del problema. Le persone sono insorte quando il luogo dove vivevano era a rischio discarica. Ma è anche vero che ci sono una serie di compagni che si sono uniti anche ad altre lotte e che prima non avevano mai avuto modo di partecipare alla politica. La battaglia però è a tutto campo. Per questo siamo tornati.

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